L’atomo di Dio. Da mio zio alla fisica di Dio” è un progetto editoriale che ha una gestazione lunga, ma cui prendo parte solo nella fase finale, quella del travaglio.

Concepito anni or sono, nato dalla promessa che l’autore, il veterinario Nino Assenza, fece al capezzale dello zio Gino di pubblicarne gli scritti, il testo si presenta come un atto d’amore ma, pagina dopo pagina, evolve in senso narrativo trasformandosi in un testamento spirituale.

Ho curato l’editing del libro, senza snaturarne la forma né il linguaggio, e solo dopo aver accolto i tanti messaggi che esso contiene, posso serenamente affermare che “L’atomo di Dio” mi ha dato tanto. In primis, mi ha insegnato a leggere oltre le righe, a comprendere ciò che non è sensibile, a comunicare senza parlare, a ricercare segni svestendoli dallo stigma delle coincidenze.

Nino Assenza guida il lettore, con una prosa chiara e avvincente, attraverso le strade della sua infanzia, i misteri di un restauro a Ragusa Ibla e le profondità della sua ricerca medica. In ogni parola, si cela un invito a esplorare la connessione tra l’esistenza umana e quella divina, tra il tangibile e l’imponderabile. Questo libro è un mea culpa che ognuno dovrebbe recitare, è un memento mori che riafferma la nostra caducità, è l’invito a ritrovare quell’umanità che brancola nel buio, a fari spenti, da quando ha smesso di rivolgere lo sguardo all’unica vera fonte di luce, che non va ricercata fuori giacché risplende dentro. E’ una fatica letteraria che premia un autore che, per un momento, ha lasciato il bisturi impugnando la penna: una penna pungente che non risparmia fulmen in clausula, ossia colpi sferzanti in chiusura.

“L’atomo di Dio” è più di un libro: è un invito a esplorare, riflettere e, soprattutto, a lasciarsi ispirare dalla forza della fede e dalla meraviglia della vita a partire dalla storia di un uomo che, quotidianamente, intreccia scienza e spiritualità, mantenendo un affascinante quanto complesso equilibrio grazie al dialogo interiore ininterrotto che alimenta con l’amato “Padre celeste”.

Postfazione de “L’atomo di Dio”

In L’atomo di Dio Assenza sembra incarnare la concezione dualistica di Pascal. Nell’autore pozzallese, esprit de géometrie ed esprit de finesse convivono amabilmente in un sottile quanto straordinario equilibrio. Se del piglio scientifico vi è traccia nella professione di stimato “veterinario di campagna”, che gli permette di valicare i limiti della scienza proponendo nuovi approcci alle cure; è nella scrittura diretta e sincera, pervasa da una fede vibrante, che esprime la sua massima sensibilità artistica.

Il libro, che non ha pretese teologiche né moralistiche, si presenta dapprima come un testamento con cui tiene pegno alla promessa fatta al capezzale dello zio Gino, di pubblicarne gli scritti autografi, che fungono da introduzione. Man mano che le parole dello zio si esauriscono, affiorano quelle dell’io bambino dell’autore che contribuiscono, in prima battuta, a collocare il testo nel genere del journal intime. Il veterinario si immerge nelle acque calde e calme della sua infanzia. Da questa cornice bucolica emergono nitidi i ricordi e i volti della sua famiglia. Sono frammenti di radici, fotografie impresse, corde valoriali che salvano dal naufragio esistenziale mantenendo saldo il legame col passato. È nell’atto di rĕcordāri, nel richiamare cioè in cuore, che lo scrittore ora adulto attinge dalla memoria delle sue esperienze e conoscenze per rispondere a quesiti esistenziali, mentre tesse un dialogo interiore incessante con Dio.

La prima parte dell’opera, squisitamente narrativa, racconta dei segni misteriosi che Assenza riceve durante i lavori di restauro della casetta sita nel quartiere San Paolo, a Ragusa Ibla. Sebbene non possieda fonti storiografiche che possano testimoniare il passaggio dell’apostolo Paolo da quei luoghi intrisi di spiritualità, lo scrittore, come un archeologo alle prime armi, si mette in cammino, raccogliendo dati e incrociando situazioni e date. Così, mosso dall’intuito e illuminato lungo il sentiero, segue le orme invisibili del santo, riconoscibili a tutti ma comprensibili a pochi.

Nella seconda parte, Assenza dà prova del suo attaccamento allo studio e alla ricerca. In quanto medico ha un rapporto privilegiato col mondo animale; nella sua clinica, osserva i comportamenti degli esseri senzienti mentre ne contempla il corpo, che considera il contenitore materiale di ciò che immateriale è: l’anima. In questo complesso rapporto dicotomico corporeità-spiritualità, si manifesta la sua naturale diffidenza verso i rigidi protocolli che offuscano l’impronta della perfezione divina, mentre spicca la deontologia professionale di chi agisce in scienza e coscienza.

Le pagine, che scorrono veloci, sono sostenute dalla maturità raggiunta in più di quarant’anni di attività medica e in oltre sessant’anni di vita. Una prosa chiara e avvincente che non risparmia critiche. Ecco che le parole di Assenza, a volte piccate, assumono i toni dell’invettiva, specie quando si rivolge ai fratelli distratti che, sulla via della perdizione, diventano inconsapevoli detrattori di quella che definisce “la fisica di Dio”.

Un’opera prima provocatoria che, scevra da ogni infingimento, l’autore consegna al lettore dopo aver messo a nudo il proprio pensiero, assumendosi la responsabilità di un filosofare che mira a scuotere le coscienze sopite. Non teme il giudizio, né la censura, perché la sua riflessione è legittimata dalla semplicità con cui conduce ragionamenti complessi; è disarmata e disarmante per la genuina fede a cui fa appello, e con cui ripetutamente sconfessa la vana gloria e il malaffare.

Secondo Assenza, solo Dio colma di umiltà, di gioia, di fiducia la vita dell’uomo, che inizia sempre e solo con il suo soffio. Il ruah dell’Antico Testamento, l’alito vitale, è ora l’amore di Dio Padre verso il Figlio e l’amore del Figlio verso il Padre: un moto circolare di energia che diventa presenza tangibile, appagamento e sollievo. Così, il “Papà celeste” finisce per svelarsi nella sua inedita forma di quadro elettrico di un circuito di cui è il solo, come tuona l’autore, a conoscere gli interruttori.

L’esercizio letterario di Assenza si trasforma in una lectio attraversata dalla Sapienza, con cui invita all’ascolto, alla preghiera, all’azione. Poiché questo testo è pervaso da una presenza, Dio, esso va letto, non giudicato. Va prima accolto per essere compreso. Va inteso come il ringraziamento al Creatore misericordioso che permette e perpetua il miracolo della vita; come il lascito di un uomo pio che, al calar della sera, riconosce nella morte l’inizio di una nuova estate.

Alessandra Brafa

 

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